Dal Sole 24 Ore di ieri (p.III) una biografia culturale Roberto Calasso

Intelligente quanto Calasso. il suo “biografo”. Ma che dico! È solo un recensore Stefano Salis del Calasso Roberto, scrittore. Fatto  è che il Salis si è intrufolato nella vita di Calasso leggendo ”Come ordinare una biblioteca”, la propria dello scrittore Calasso se è vero – Egli dice a lettura ultimata- . che “La biblioteca è un diario implacabile della nostra identità”
Non ho così resistito all’idea. Lo confesso narcisistica, di farvi vedere la mia. Con i libri tolti dagli scaffali e messi semiaperti sulla scrivania nel disordine che è l’ordine uniiversale,
Tolti  dagli scaffali e fatti rivivere attraverso un filo conduttore che è nel i pensiero di tutti filosofi, cercare “l’incommensurabilità” dell’anima,, oppure come dice Salis, sono che “ciascuno intrattiene rapporti con tutti gli altri e la posizione di ognuno influenza, ed è influenzata, da quella di tutti, presi singolarmente e nell’insieme”
Domani, e forse bisognerà aspettare mesi o anni , il diario sarà un altro perchè è mutata la nostra vita nella propria identità

 

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Commento al cap,III (Stare o andare) di I. Dionigi (Quando la vita ti viene a trovare)

Doppia emergenza per logUltime fasi di un lungo stare con Lei

Ci dimenticammo che il tempo fosse. Fu quel giorno d’estate.3/4 d’ora di Eros. E ci regalò quella beatitudine mortale che solo l’epicureo piacere catastematico può dare.

Lo “stare” (qui adattato a noi della Filosofia della sessualtà) è analizzato da Ivano Dionigi ( Quando la vita ti viene a trovare-Lucrezio,Seneca e noi, Laterza, 2018, p.33 ss.).Esso prende il suo “andare” non a babboriveggoli- secondo i maledetti toscani- (al contrario!), da un frammento dell’antchità greca fra quelli raccolti e tramandatici da Diels Herman e da Walter Kranz che è il n,45 e da cui prende avvio la disamina predetta: si parla del camminare che per quanto “cammino” tu possa fare non arriverai mai ai “confini dell’anima” data la profondità del logos. .
A noi, invece, di quell’estate d’ un tempo è bastato spostarci sul “Sofà del piacere” di casa per quasi toccrali. Parlo dei confini.
Più profondo e duraturo è il sentimento d’amore dell’anima e più vicina è quella “beatitudine” che noi epicurei cerchiamo nella vita.
Le immagini che vedrete non sono le sensazioni da cui origina il processo che esse descrivono,ma semplicemente i “simulacra” delle stesse, E’ rimasta una labile ma deliziosa traccia. Non acompagnata però dal tragico e solitario furore poetico ( ad es, nei versi 35.40 del poema di Lucrezio Caro ) a fronte dell’asettica descrizione di Epicuro nella Lettera ad Erodoto (par. 46 ,p.1203 in D.L., versione Reale).
“Effluvi” e agiungiano noi e odroosi e gradevoli profumi nelle nostre tracce e non “pallidi fantasmi di estinti” secondo i simulacri lucreziani che fanno inorridire di spavento secondo l’infelice uomo e grande poeta.
La morale d questa nostra pièce? E’ quella che si possono fare deliziosi viaggi anche “stando”.

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La morte e la vita difronte al Ponte di S.Giacomo

Non il gracchiare di un motorino tirato per il collo da un ragazzaccio nella tranquillità pomeridiana della pennichella, ma l’assoluto silentium : è la morte. Laddove la vita è un fluire (tra gioie e tristezze) , a ricongiungersi, verso di Lei. Si cercano, si amano senza saperlo, nell’ovvia naturalezza delle cose.
Dopo che avrò attraversato il “ponte di S. Giacomo” (°) ve lo dirò, Ma è proprio necessario che io lo attraversi? (°°)Sì, Vi rispondo.
La necessaria e provvidenziale Madre Natura ve la indica e io Vi ricordo, con la “gioia epicurea” dei ricordi, di attraversarlo quel Ponte della verità necessaria senza voltarvi indietro perché non sarre più naturale il farlo.

(°) Su cui v. l’lomonimo Saggio di Luigi Maria Lombardi Sartriani e di Mariano Meligrana evocato magistralmente da Rocco BRIENZA ( Filosofia della morte/filosofia del corpo e della vita. Il Ponte di San Giacomo) in AA.VV. Storia del pensiero filosofico in Calabria, a cura di Mario Alcaro, Robbettino 201, ivi p.483 ss.)- Metaforicamente si tratta del passaggio all’altra vita a causa dell’immortalità dell’anima; e trattasi di una situazione di attesa, Persuadersi che è così e persuadere altri che è così è quanto di meglio possa pensare il filosofo (e fare il cristiano, aggiungiamo noi) risolvendo in vita il tragico ( non per chi scrive) filosofare di Parmenide sull’essere che è e che non può non essere. Si è detto che tale corno del messaggio parmenideo segna la via della “persuazione” (Brienza, op. cit. p.485) e per noi della speranza;laddove l’altrp corno di detto messaggio e che cioè “l’essere non è e non è necessario che sia”, segnandio il sentiero stretto e angoscio dello scetticismo, impedendo financo il “ persuaderci che c è la speranza che s’accompagna a quella “buona” ( e non mala) morte che invocava il Padre di Pietralcina.
(°°)E’ l’interrogativo-cruccio che si son posti tutti sin dall’antichità e che ora, nell’era della epidemia del Corona -virus, vaga nell’aria infetta del nostro mondo.
[Continua]

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La boutade della doppia emergenza

Con la mia (arrassusia: ‘nun-siamai ) si creerebbe una doppia emergenza- come da coronavirus. Epperò si tratterebbe di emergenza naturale cui dovrebbe comunque porsi rimedio magari innalzando di almeno 20 cm il lato superiore dell’amato loculo.

Foto tratta dal volume di cui all’autore del blog in titolato “Bacci eccellenti e super eccellenti in un livre monstre sotto forma di un Dizionario sui generis filosofico della sessualità” (alla voce numero 1399; vedi anche pagina LIV).

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Vi dico uma cosa che Odifreddi non sa

Da ns<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<“Epistolografia Philosofica”
Genere letterario in cui primeggiano San Paolo, Anneo Seneca e Cosma Raimondi: cui adde “Cum eo ut in fabulis” di Ezio Capizano, in Agenda illegale, n.304).
Il nostro scritto non è un’ epistola, ma è come se lo fosse. Solo a Lei ci si può rivolgere in intimità. Ciò significa che a buona ragione, trovasi inserita nella voce “Epistolario d’Amore nel ns Dizionario di filosofia della sessualità (Voce n.660, p.279 e sg.).Ma cosa c’entra la filosofia con l’amore!?
Non lo sapevate? Ve lo dico subito io. Anzi, non ve lo faccio dire da Odifreddi che di Filosofia se ne intende come di un cavalo a merenda, allora ve la faccio anticipare dal Raimondi vissuto in epoca rinascimentale che Odifreddi (che sa tutto di Lucrezio e poco di Epicuro) non conoscerà sicuramente. E ciò tramite Eugenio Garin.
Cosma Raimondi (1400-1435), “umanista ed epicureo” convinto (Studi storici, 1899, del Santini, p.153.-166 ) vive nella storiografia rinascimentale non per aver tradotto l’”Orator” di Cicerone, ma grazie ad Eugenio Garin ( che lo tolse dal sicuro oblio cui era destinato: non aveva scritto altre “opere” se non la “lettera” di cui parliamo) per aver ripubblicato una sua lettera, oggi famosa, nella sua “Storia dei filosofi del 400” (Firenze, 1942,pp.133-149; lettera già riesumata dal Santini come si è detto supra) ma che merita e giustamente tuttora di essere considerata ( v. lo steso Garin, L’umanesimo italiano cit. da cui le notizie) , ci si consenta la superfetazione, come un manifesto “ sulla bellezza cui ci affacciamo coi sensi, sulla gioia di vivere che si traduce e si valuta, appunto, in piacere” (così il Garin, op. ult. cit. p. 61 ove anche alla p. 60 brani della lettera che qui appresso si riproducono.
Nella predetta lettera il Raimondi prende posizione sullo scontro fra epicurei e stoici definendo quest’ultimi come “ filosofi aspri e inumani, con i sensi sopiti e chiusi, morti ad ogni allettamento della gioia” ed esalta la filosofia di Epicuro in cui “ la virtù umana è virtù di tutto l’uomo, anima e corpo, nella loro armonia perennemente riconquistata”. Egli muove, nell’individuare il nucleo essenziale del pensiero di Epicuro, da quella stretta e profonda inerdipendenza di anima e corpo che era sfuggita allo steso Dante per le ie  lragioni già dette (v…) e che lo assolve dall’accusa tradzionale di materialista. Anticipando di alcuni secoli l’approfondimento di quel pensiero il Raimondi individua l’ ”errore fondamentale “ di ogni ascetismo nel non considerare che la “virtù umana è virtù di tutto l’uomo , anima e corpo, nella loro armonia perennemente riconquistata”.
Leggere oggi di tali parole sembra anche a noi di dover cogliere il senso della natura integrale dell’uomo: l’ essere se stesso col conseguente diritto di esserlo (v.”Dirito di essere se stesi” , voce n.531 ns Diz. cit.) quale diritto fondamentale della persona.
E torniamo al nostro Raimondi che considerava di “spirito superiore” Epicuro per aver posto il bene supremo nel piacere “avendo visto più a fondo la forza della natura avendo compreso che siamo nati e siamo stati formati dalla natura in modo che nulla ci fosse più appropriato di mantenere sane ed integre tutte le membra del nostro corpo, conservandole nel loro stato , senza essere affetti da alcun male dell’animo o del corpo” (così dalla “lettera” cit. in Garin. op. cit. p. 60).

<<<<<<continua .Ssegue ns Scritto:

 Cum eo ut in fabulis

Una buon notte affidata ad un sms non è la stessa cosa di una voce che cala sul tuo corpo e ti entra nell’anima.
Lietta sapeva che al fondo di quel messaggio c’era l’impossibilità di fare diversamente: le poteva dire che la desiderava? Poteva dire ai quattro venti che…e poi lei…non si sarebbe turbata?
Viveva in questa angoscia, non averle potuto dire che….quando inaspettatamente squilla il telefonino, numero privato al quale in genere non rispondo: ma dai! Rispondi, è lei!

E’ così, non si sa perché alcune cose si sentono e se c’è lo spirito che ti unisce a lei, ti raggiunge ovunque il suo solo pensiero. Ha le ali possenti e niente può fermarlo quel diavolo, ha voce per parlarti assai da lontano e mani per toccarti e un corpo per stringerti….
– Mi senti? Sono io..
Potevo dirle che l’abbraccio era reale? Che mi continuasse a stringere così come faceva? Che ne percepivo il profumo di donna e sentivo battere il suo giovane petto?
E mi venne da dire:- Che felicità!-
E potevo dirle che la sentivo come una donna che ti vuole?

Lietta era davvero troppo giovane per me ma era anche questo che mi affascinava del suo essere., Pensare di squarciare il velo della sua pubertà e aprirla alla vita mi dava i brividi, sì proprio i brividi dell’uomo che viene stanato dal mondo della fantasia e d’un tratto si sente reale. E vibrare nell’anima.
Pensavo a tante cose e si addensavano attorno a me una molteplicità di pulsioni. Ma una divenne imperiosa.
Accarezzarla e farle provare la dolcezza della brezza del mare in una calda sera d’estate o farle sentire la possanza del tuono che rotola dalla montagna e si insinua a valle. Questo pensavo e desideravo.
Pensai ancora alla montagna che a lei piace tanto e si impose alla mia mente il pensiero di un tuono che irrompe sicuro e fragoroso come se volesse spaccare tutto finendo in un gioioso lamento; ma poi pensai ad una montagna con tanta neve soffice bianchissima e appena caduta e che nell’immobilità di quel piacevole candore si porgeva a lei come un grande cono gelato: Lietta era anche una fanciulla golosa.
La vidi leccare quel grande gelato. Sforbiciate della sua lingua che ne assottigliavano lentamente il volume e poi baciarlo con le sue labbra in punta.
Erano questi pensieri-immagini voluttuosi, lo riconoscevo, ma mi sentivo pieno di vita e non intendevo rinunciarvi.
-Sì, e come! se… ti sento

E c’era la maliziosa ambiguità della risposta, il dirle che non era una questione uditiva, ma una cosa grande la più grande che gli fosse mai capitata. Che era la prima volta che sentiva il suo piccolo cuore battere forte come ai tempi della sua giovinezza quando anche il cielo piangeva se lui era triste o quando la natura esplodeva in mille colori ai suoi momenti di felicità.
Le doveva dire che era tornato con l’animo bambino? Che lei era miracolosa?

Lietta sapeva di avere il magico potere della prima giovinezza e ora forse capiva anche di quel magico coniugio tra la sua età e la maturità di lui. Ed era proprio questa apparente contraddizione
(*) Assieme con lui come in una favola
fra il non essere ancora donna fatta e l’esperienza di lui, traboccante come il vaso dell’Ariosto , che si coniugavano naturalmente.
Era la premessa alla simbiosi?

E aveva sggiunto: – Ma sei un po’ raffreddata?
– Non preoccuparti.., è che stanotte avevo tanto caldo e ad un certo punto non ne ho potuto più
– E ti sei scoperta
– Sì proprio denudata tutta
– Allora è stata una notte… agitata!?
– Diciamo… ti pensavo tanto

Dei vizi della carne egli ormai non andava più glorioso ma sapeva che avevano costituito un po’ il senso di una vita che non poteva essere vissuta soltanto intellettualisticamente : la vita era come il mare in cui immergersi o la montagna, cara a Lietta, dove correre anche il rischio di perdersi.
Di queste sensazioni quotidiane desiderava che lei vivesse e in poco tempo ne avevano fatta di strada.

– Ed eri con me?
– Sì, ma al mattino non c’eri più

Ritornò a pensare a lei, nuda. In carne ed ossa come ad un vero personaggio dell’adolescenza femminile di una favola, la loro.
Ti piace la montagna e allora sei una cerbiatta. E io ti voglio prendere e ti… inseguo
Ti prendo? Sei mia?
E la favola continua. Non fu forse la parola a farci essere?
-Ed ora siamo ancora assieme

Ed eri con me?
– Sì, ma al mattino non c’eri più

Ritornò a pensare a lei, nuda. In carne ed ossa come ad un vero personaggio dell’adolescenza femminile di una favola, la loro.
Ti piace la montagna e allora sei una cerbiatta. E io ti voglio prendere e ti… inseguo
Ti prendo? Sei mia?
E la favola continua. Non fu forse la parola a farci essere?
-Ed ora siamo ancora assieme

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Lucrezio, Seneca ed EPICURO ( Note critiche )

DIONIGI IVANO, Quando la vita ti viene a trovare. Lucrezio, Seneca e noi, Laterza 2o18.

Non si tratta di un libro su Epicuro tramite Lucrezio e Seneca o meglio sull’interpretazione della filosofia di Epicuro attraverso gli scritti di Lucrezio e Seneca, quanto di una narrazione che ha l’obbiettivo di segnare l’ assoluta incomunicabilità- a causa della loro diversità di fondo- tra i due famosi scrittori, Lucrezio e Seneca, dell’età ellenistica, quasi contemporanei e vissuti nella quasi identica area geografico-culturale , la Campania con la sua grecità propria di quegli anni (epoca ellenistica) con la Scuola epicurea di Filodemo di Gadara a Ercolano prima che Il Vesuvio con la famosa eruzione del 76 d. C. la seppellise sotto una orribile coltre di cenere.
Il presupposto da cui l’illustre A. muove è che Lucrezio sia un “epicureo” e Seneca uno “stoico” come peraltro gli stessi si dichiarano e la tradizione li considera tali. Ma, è proprio tale presupposto, a nostro avviso – fermo restando la profonda diversità tra i due – che occorre rivedere non essendo da mettere in dubbio- nonostante la tralatizia opinione , che non è soltanto di Dionigi – che sia piu epicureo il Seneca dell’ “Epistole a Lucilio” che non il Lucrezio- proclamatosi seguace di Epicuro- che al Maestro dedica l’elogio sperticato ( di cui ai versi I, 62-79 del suo poema) accomunandolo, però ingiustamente, alla sua visione “ossessivamente” (di idea ossessiva vera e è proprio ciò che in particolare lo fa diverso da Epicuro la cui religiosità particolare (culto degli Dei che riteneva, però, che non si occupassero dei mortali: forse tale per convenienza e su cui v. l’ampia disanima nel saggio di Franco De Capitani, La visione religiosa di Epicuro<z ) pagana o precristiana che dir si voglia è indiscussa. Comunque sicuramente non corrispondente a quella lucreziana identificantesi con la superstizione e che faceva da bersaglio in quanto ritenuta religio (prigione della libertà). Ma non perciò Epicuro temeva la morte (che affrontò facendosi mescere un calice di vino) e l’immaginario dialogo tra Seneca e Lucrezio in Dionigi (sul punto p.94 ss.)non sembra dar conto di queste profonde diversità che attengono alla diversa struttura morale dei due.

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INCIPIT di un discorso filosofico sulle “sardine”

Anch’io virtualmente in piazza con loro [F da Repubblica del 21.01. 2020] non potendovi esservi “in corpore” come avrei voluto

 

rINCIPIT di un Discorso filosofico sulle “sardine”.
Per chi, come il sottoscritto, in anni passati ha fatto politica con la cultura, trovarsi una piazza di giovani è come vivere un nuova stagione.
La cultura si fa anche coi comportamenti e le parole e in sostanza con uno stile di vita non contaminato dai “grandi”. Col sorriso e la partecipazione pacifica.
Il richiamo al “corpo” che mi è parso essere stato evocato da uno di loro, è quanto di più opportuno in una visione filosofica che ad incominciare dai primordi di questa filosofia nell’antica Grecia è passato al pensiero di Epicuro attraverso una pratica di vita con la comunità dei suoi seguaci.
L’epicureismo con l’additare nel rifiuto della politica sin dall’origine dell’ellenismo nella cultura romana una pratica di vita “anticiceroniana” rimuovendo le illusorie aspettative del “Sogno di Scipione”, significava un rivolta politica e non antipolitica come quella che all’inizio, nel tempo attuale, a aveva alimentato le piazze “grilline”. Si segna così una distanza specifica dal primo grillismo e dal conseguente deterioramento attuale di questo movimento e nello steso tempo si anticipano i tempi della pax.
Pacificazione e non odio sono le coordinate fondamentali del rifiuto protestato della politica attuale compresa quella dell’opposizione preconcetta e perciò mai costruttiva.
Si tratta pertanto di un movimento, quello delle sardine non qualunquista e disfattista, prefigurandosi quello che accadde, molti secoli fa, quando al decino della parabola ellenistica si venne a consolidare contro la figura del civis quella del cittadino del mondo.
Come la pax cristiana- quella che segnerà il difficile percorso delle sardine – anche l’uso politico della cultura in un continuo affermarsi dei valori dell’ ”arte di amare il mondo”.
Ecco perché, allo stato, non possiamo darci una definizione e una collocazione come vorrebbero i politici attuali.

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