Dal greco alla “claritas” del latino

E’ l’ottava delle dieci  parole (p.143 ss.) che del latino bisognerebbe conoscere ,secondo l’Autore del libro (“Le dieci parole latine che raccontano il nostro mondo”, Garzanti, 2018) perché “esse raccontano il mondo”. E ha ragione.

E   ha ragione, con una precisazione: perché raccontano il loro mondo. non  perché raccontino  il nostro di oggi.

“Claro”, infatti non si usa più e la desuetudine di un nome va al di là della parola stessa  perché, infatti, indica che non c’è più quel mondo. E quale?.

Quando la parola “claritas” voleva dire chiarezza e non infingimenti e sotterfuggi, il dire e il non dire e il lasciare nell’oscurità non solo del discorso. Sono subentrati gli affabulatori.

E con ciò – dice il nostro Nicola Gardini – si è perduta anche l’”estensione metaforica” che la parola aveva assunto con l’indicare con ”chiaro  l’individuo illustre, celebre e glorioso”  . Oggi, nel nostro mondo, si è solo “famosi” per le ripetute comparsate in tv. Anzi gi individui famosi si sono insediati proprio lì, ed  ancora l’”apparire” la fa  da padrone.

Modella questo continuo apparire il personaggio.

L’homo clarus d’un tempo, invece, accudiva al suo perfezionamento  interiore con sempre maggiore semplicità e isolamento, nel senso di non apparire.E non mi si dica che sono cambiati i tempi quasi a negare la forza dell’apparire, quando si fa di tutto  per ottenere una comparsata .

Manca in tutto ciò la forza di aspettare quel “secondo tempo” cui allude Marcel Proust (p.146), cioè di aspettate che “il passato” di questi uomini famosi, ma  non “clari”, che il loro  passato divenga “il vero presente”.

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