INCIPIT di un discorso filosofico sulle “sardine”

Anch’io virtualmente in piazza con loro [F da Repubblica del 21.01. 2020] non potendovi esservi “in corpore” come avrei voluto

 

rINCIPIT di un Discorso filosofico sulle “sardine”.
Per chi, come il sottoscritto, in anni passati ha fatto politica con la cultura, trovarsi una piazza di giovani è come vivere un nuova stagione.
La cultura si fa anche coi comportamenti e le parole e in sostanza con uno stile di vita non contaminato dai “grandi”. Col sorriso e la partecipazione pacifica.
Il richiamo al “corpo” che mi è parso essere stato evocato da uno di loro, è quanto di più opportuno in una visione filosofica che ad incominciare dai primordi di questa filosofia nell’antica Grecia è passato al pensiero di Epicuro attraverso una pratica di vita con la comunità dei suoi seguaci.
L’epicureismo con l’additare nel rifiuto della politica sin dall’origine dell’ellenismo nella cultura romana una pratica di vita “anticiceroniana” rimuovendo le illusorie aspettative del “Sogno di Scipione”, significava un rivolta politica e non antipolitica come quella che all’inizio, nel tempo attuale, a aveva alimentato le piazze “grilline”. Si segna così una distanza specifica dal primo grillismo e dal conseguente deterioramento attuale di questo movimento e nello steso tempo si anticipano i tempi della pax.
Pacificazione e non odio sono le coordinate fondamentali del rifiuto protestato della politica attuale compresa quella dell’opposizione preconcetta e perciò mai costruttiva.
Si tratta pertanto di un movimento, quello delle sardine non qualunquista e disfattista, prefigurandosi quello che accadde, molti secoli fa, quando al decino della parabola ellenistica si venne a consolidare contro la figura del civis quella del cittadino del mondo.
Come la pax cristiana- quella che segnerà il difficile percorso delle sardine – anche l’uso politico della cultura in un continuo affermarsi dei valori dell’ ”arte di amare il mondo”.
Ecco perché, allo stato, non possiamo darci una definizione e una collocazione come vorrebbero i politici attuali.

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L’ineffabile Incontro di Maria con Elisabetta

Ezio Capizzano-Auctor atque Editor. Corso Luigi Saraceni 11 Castrovillari 87012 (Cs).-Tel. 339 7355644

ANALISI dell’INEFFABILE INCONTRO di Elisabetta con un’altra donna di nome Maria
L’incontro fra le due donne, peraltro mezze parenti (zia e nipote), nasce dalla visitazione di Maria ad Elisabetta. Maria è giovane ed Elisabetta molto avanti negli anni , ma nonostante l’età rimesta incinta. Ma queste cose non contano anche se sono sostanza dell’incontro e delle loro vite, perché anche Maria, per virtù dello Spirito Santo è incinta.
Ma torniamo al momento dell’incontro. dominato dal saluto, che ora tutti conoscono espresso dalle parole:
Ave Maria piena di grazia /Tu sei la benedetta fra le donne/e benedetto è il frutto del tuo ventre, Gesù.
PAROLE SEMPLICI MA CHE VANNO ANALIZZATE. Esse costituiranno nel tempo la preghiera universale del popolo dei cristiani .
Un SALUTO DI POCHE PAROLE MA INEFFABILE.
Perché ? E’ quanto vedremo ni limiti della capacità umana.
Or sono più di duemila anni fa ; e in quel di Nazareth, in Palestina, Elisabetta, moglie di Zaccaria con queste semplici due parole accoglie Maria.
E così inizia la visita di Maria, “ la madre del Signore”, ad Elisabetta , visita che si protrarrà per ben tre mesi. Ma le due donne non sono sole. La voce di saluto iniziale di Maria verso Elisabetta, infatti, farà sussultare il bambino che è nel grembo di donna sterile e avanti negli anni come lo era lo stesso Zaccaria incaricato del servizio sacerdotale al Tempio.
“ A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?” Sono due donne che portano nel loro grembo due bambini, Battista e Gesù, E assieme a queste vite, aleggia lo Spirito Santo.
Elisabetta, appena udita la voce di Maria “fu piena di Spirito Santo” – dice l’evangelista Luca- tanto da rispondere a gran voce a quel saluto:” Oh Maria piena di ”grazia”!

Incipit di un’analisi che affonda in questa espressione lo sguardo, prima che la mente dell’uomo. Perché, si sa, quanta malizia è in costui. Maria era un bella donna, bella a dir poco. Tanto che Dionigi l’Areopagita nel far sapere a Paolo di aver incontrato Maria ad Efeso dove si era rifugiata dopo la morte di Gesù, rimase senza parole per descrivere la sua bellezza. Ineffabile, appunto: da non potersi tradurre in parole. Il maschio calabrese direbbe che doveva trattarsi di “ ‘na bella troppa”, insomma un bel tocco. Insomma era un donna, appena incinta, e si sa che il ventre richiama il basso ventre. Fin qui l’immaginario umano che spesso non sa andare oltre.
Maria non era soltanto di indescrivibile bellezza, ma era ”piena di grazia”.
Su questo termine si appunta l’analisi filosofica e del linguista. Per quest’ultimo (v. ad es. De Mauro, alla voce del suo Dizionario italiano, Paravia) esso termine indica “l’insieme delle caratteristiche estetiche o di comportamento che rendono (qualcosa) attraente o affascinante” . Ad es. la grazia femminile.
E quindi il termine esprime la forma più che la sostanza della “cosa”. Il concetto, in filosofia, si radica linguisticamente nell’etimologia latina (favore, benevolenza, riconoscenza) e greca (charis) e ancora una volta tratteggia aspetti che attengono alla forma del “dare” e nel’ antichità precristiana dove le “Grazie” rappresentavano divinità che “elargivano doni agli uomini”, tra cui ( oltre alla gloria, il talento e la sapienza) primeggia, ovviamente la bellezza (v .”Dizionario di Filosofia Gremese-Larousse”, Gremese Editore, 1984).La venatura del linguaggio è senz’altro in fin dei conti erotico-sessuale e le Grazie del Canova ne documentano ad oltranza, nella veridicità, la carne dei marmi che tanto eccitò la fantasia non solo del Foscolo ma dello steso Canova che già nei marmi fidiani del Partenone rinveniva la carne della donna.
Di là da questa sicuramente appetibile visione che è nella “carne” che si fa arte e modo di vivere nell’estetica dell’immaginario collettivo al femminile, e che trova gratificazione nel dono di genere di queste creature (più grossolanamente in Giorgione) e che può essere dell’immaginario, finanche delle nostre madri (col ricordo di Edipo) e della stessa “Madre di Dio” che è la giovane Maria-donna, fa rabbrividire il giudizio di chi – da una c.d. “Inchiesta” giornalistica (V. Corrado Augias-Marco Vannini, Inchiesta su Maria, Rizzoli , 2013) – ragionando discorsivamente sul peccato originale, ne desume che, pur essendo senza peccati, non poteva esserne esente Maria di Nazareth che definisce “concupiscente”. Essendo il peccato originale universale , e quindi trasmissibile da generazione a generazione secondo Sant’Agostino la cui autorità, per l’occasione, è invocata da Corrado Augias.

Umane, tropo “ umane fantasie” a fronte del mistero delle cose. Laddove, peraltro, la differenza concettuale tra concupiscente e concupiscibile è evidente: mentre la concupiscenza degli umani (uomini e donne) , oltre ad essere una virtù dal nostro punto di vista, anche sul piano fisiologico non è confacente con chi, pur essendo donna non conosce uomo (Luca, nell’Annunzio della nascita di Gesù con la risposta di M. all’Angelo) alimentandosi quella “virtù” dalla memoria erotica che Maria, quindi, non poteva avere.
Di là dagli aspetti fisici concernenti Maria, che pure la semantica dei concetti di “bellezza” e “grazia” fa registrare come facenti parte del concetto di amore (così, ci sembra, nell’analisi del pensiero di Leone Ebreo fatta da Eugenio Garin, L’umanesimo italiano, Editori Laterza, 1993, p.145), il rapporto di “concupiscenza” , se così vogliamo chiamarlo non è tra la donna-Maria e l’uomo, ma – cosa ben diversa- tra Maria e Dio. Trattasi dell’amore nel rapporto divino e non in un “vincolo umano”.
La concupiscenza, che appartiene agli umani- viene dal desiderio come bisogno fisiologico che genera l’amore come “brama smodata (irragionevole) di possesso”(v. la voce “Femminicidio” nel ns Diz. di Filosofia della sessualità) laddove l’amore è “padre del desiderio e figlio della ragione”: una ragione “ estraordinaria che non comanda (Garin, op. cit., stessa pag.) più all’uomo di conservare se stesso, ma di donarsi, di offrirsi tutto all’amato, (totus tuus dirà G.P. II) ” di confondersi con l’amato amatore nel fattivo processo universale”.
Di questo in fondo si è trattato, in quell’incontro di poche parole registrato dal Vangelo di Luca: creare, progettandolo, a misura d’uomo, un nuovo mondo universale. Gli esecutori di questo meraviglioso progetto erano due bimbi ancora nei grembi materni, il futuro Giovanni Battista e Gesù di Nazareth.
A quella fonte dobbiamo ricorrere ancora per cogliere il significato del tutto attraverso la presenza partecipata dei bimbi in grembo anche a costo di sacrificare la presenza degli adulti. Invero è il bambino che ha in grembo Elisabetta a “sussultare” non appena Elisabetta ode il saluto di Maria. E’ tramite il bambino che lo Spirito Santo si trasmette all’anziana donna inondandola . Ella si riempì di Spirito Santo.
Fermiamoci, un attimo! Anche noi dobbiamo trare un respiro tant’è misterioso e indescrivibile con le parole quello che succede: ”appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo ”. E si tratta di un “sussulto di gioia”.
Maria, com’è risaputo, aveva concepito per opera dello Spirito Santo, non avendo mai conosciuto uomo ed era, nella visitazione ad Elisabetta che si sta analizzando, “piena dello Spirito Santo” (sic! in G.P.II. che approfondisce meglio di ogni altro teologo l’equivalenza Grazia-Spirito Santo nella Lettera a Monsignor Pasquale Macchi, delegato pontificio per il Santuario di Loreto, contenuta in “Maria nel mistero del verbo incarnato”, 1984, p. 7 ss. ,sul punto p.12) allo stesso modo in cui lo era Elisabetta (Lc): Entrambe erano state prescelte come Madri obbedienti al volere di Dio. Elisabetta esclamò a gran voce:” Benedetta Tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo” chiedendosi e chiedendole come mai “la Madre del Signore” fosse andata da Lei.
La domanda è rivolta a Maria, ma la risposta è (a nostro modesto avviso) di entrambe ed è in parte quanto le due donne si son dette durante la permanenza di Maria che si protrasse per ben tre mesi in casa dagli Zaccaria. Sul punto v. Capizzano,”Cosa si son dette in tre mesi”, in corso di stesura: in generale V.ad es. G. Ravasi, La Bibbia di Gerusalemme, ed. .Corriere della Sera, 2006, vol. X, 1p.23 ss. che accosta la risposta di Maria al Cantico di Anna ( di cui in Samuele, 2.1, 10.) che … appaia pure opinabile ma è realistica. Così come lo è, nel clima di esultanza degli obbedienti a Dio, di ogni essere umano di fede, uomo o donna.

Senza contare che , allontanarsi da quest’ultima prospettiva , significherebbe fare una rinuncia il cui costo in termini culturali sarebbe insopportabile. Sarebbe, cioè, come rinunciare a quel referente vivo e vivificante della poesia: come dire cioè che non conta nulla il rinnegare la trasfigurazione della realtà in immagine di tanti artisti delle tante nascite di banini in “Natività” o a quella della afflizione da dolore di una madre in quella, eterna nel tempo, “Pietà” michelangiolesca.

Raffigurazioni dell’artista dovute al sentimento poetico che irrompe nelle tante tele e pale d’altare o si fa carne lacerata nel marmo per non dire di cose che sono veramente profane fino a rasentare l’insulto al sacro, (come ad esempio un bacio sensuale “super eccellente” descritto nel ns ” Dizionario di Filosofia della sessualità “ ) trasformarsi, grazie all’arte pittorica di Hayez in un sottaciuto sfogo d’amore romantico.

Gli è che la vita vera attraversa l’arte in tutte le sue manifestazioni e si traduce in incanto per chi sa sentire e preavvertire il miracolo: così l’attesa dell’alba sul mar Tirreno può diventare una motte insonne e non una semplice attesa e sarà vissuta nel segno della prostrazione dell’essere umano al cospetto dei miracoli della Genesi.

Questo accostarsi a ciò che non si sa perchè accade e che nessuno sarà in grado di tradurre in concetti fa arrossire di fronte ad “inchieste” giornalistiche che, nella presunzione dei loro Autori nel tentativo di tradurre l’ineffabile col metro dell’umano, appaiono sempre più senza valore e carta straccia consegnata al macero di ciò che resterà , invece, come una favola meravigliosa di cui l’essere umano sente sempre di più il bisogno.
S. Lucido (Cs.), 10 luglio 2019
Così che il ritorno alla “Natività” è concettualmente un ritorno a quell’atto primordiale della CREAZIONE descritto dalla Genesi e del quale Iddio si compiace. “Era cosa buona”.
Ad onta de tempi moderni in cui si legittima l’omicidio del concepito e si perpetrano femminicidi. Madre e concepito, entrambe vittime innocenti. Per fortuna c’è ancora ‘u presepio”, direbbe Edoardo De Filippo a ricordarci le cose belle.

E a conclusione della Visitazione di Maria ad Elisabetta racchiusa nel breve paragrafo ad essa dedicato, l’evangelista Luca ritorna in modo molto significativo sul “sussulto di gioia” che il bambino. che Elisabetta porta in grembo, ha nel sentire il saluto di Maria che entra nella casa di Zaccaria. Ed è immediata l’esclamazione di Elisabetta cha aggiunge alla risposta di saluto a Maria il “benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”. L’associazione fra il suo “frutto” e quello nel grembo di Maria è resa palese tanto che , nel ricordare alla stessa Maria il sussulto del bambino ricorda alla stessa la fede con cui Maria ha accolto le parole del Signore tramite l’angelo.

Da quel sussulto di gioia si va al resto: Elisabetta fu piena dello Spirito Santo. Sono questi bambini a raccontarci il significato della loro “forza” e ad essere di monito per gli adulti: solo attraverso di essi può innalzarsi il nostro “Magnificat” a Dio.

San Lucido, 12 luglio 2018

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dell’ esecrando femminicidio

Dell’ eseecrando femminicidio

Sin dall’antichità: era il tempo degli Dei dell’Olimpo ed Omero fa raccontare ad Ulisse da Demodoco, nientemeno che di Afrodite che se la spassava con Ares tradendo Efesto il quale – si vede che era gelosissmo – reagì legando con “catene invisibili” la Dea ed il suo amante, così “offrendo il loro amplesso amoroso allo  scherno degli dei ( Così, tra gli altri, Otto Walter F., Gli dei della Grecia,delphi, 2004,p. 241 da Omero,Odissea,8, 267 ss. e p. 471 ss. dall’Odissea  curata da Vincenzo Di Benedetto, BUR, 2010). L’episodio, tra il faceto e il naturale stimolo erotico  rappresentato dai due amanti nudi, il guerriero Ares e l’aurea “carne” di Afrodite imprigionati nella ragnatela delle catene create dalla furibonda ira del fabbro  Efesto tradito dalla dea ,  due fece il giro di Grecia, scandalizzando l’omosessuale Platone, e tenendo banco nella cultura ellenistica (ne è un es. l’Ars amandi  di Ovidio) e, dopo Lucrezio ( con l concezione della donna-libertina da sposare: Cfr. Mariantonietta Paladini, Lucrezio e l’epicureismo tra riforma e controriforma,Liguori Ed., 2011, p. 225) e  fino a noi, tra i moderni (  da ultima v. Elisabetta Moro, Sirene-La seduzione dall’antichità ad oggi, Il Mulino, 2019,p.109 la quale rileva che buon sangue non corre – tuut’altro!- tra le “sirene eversive”  ed Afrodite  che si vendica di loro perché “refrattarie all’amore” e gelose della loro verginità fisica tramutandole in uccelli. Ed  Omero stesso , dipinge Afrodite  per bocca di  Efesto nei versi 322-323 come “sposa dalla faccia di cagna che non sa frenare le voglie”.

). Immagine della “donna” – non più Dea per ( il compagno) – deturpata dalla mente annebbiata di Efesto, lo sposo “afflitto” ,  per il tradimento attuato da Afrodite in compagnia di Ares nel proprio letto (v. 314) deturpandolo (v.269).

Da qui, nello sposo tradito la “ macchinazione” della vendetta ingegnosa di legarli con “catene” invisibili a loro, nel letto degli amori, in modo tale da non poter muovere le membra esponendoli al ridicolo. Oggi, è tutto cambiato in peggio: dalle 20 alle 40 coltellate non glie le leva nessuno alla donna che   tradisce e spesso si tratta di presunti tradimenti che allignano nella mente dell’uomo (compagno o marito che sia) funestata dalla  gelosia. E ciò, unitamente alla grettezza della mente, il non voler capire che anche la donna (come l’uomo) può avvertire la voglia del cambiamento. Poveri uomini che non digeriscono ancora  l’ide che la libertà è di tutti, senza distinzione di genere. E’ il diritto di essere se stessi (v.ns Diz. filosofico della sessualità, voce n. 531) che non può essere negato a nessuno. All’uomo come alla donna che oggi si rende sempre più consapevole che quel diritto, fondamentale e naturale  le appartiene e, il suo esercizio la rende se stessa ed è perciò irrinunciabile in quanto esalta la sua immagine che non va “deturpata” come è  accaduto  ad  Afrodite.

 

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Filosofi RBA, Platone ed Aristotele con ns riff. ad Epicuro

Dei due grandi filosofi  dell’antichità, Platone ed il suo allievo  Aristotele, l’Editore RBA non  fornisce in frontespizio inomi degli AA. dei rispettivi Saggi introduttivi  dei due volumi a loro dedicati. Del Saggio introduttivo al “Creatore delle idee2” ne  è Autore Antonio Alegre Gorri, mentre di quello dedicato ad Aristotele,, definito  “Il primo filosofo sistematico”  l’ Autore è Miguel  Candel.

Fatta giustizia di ciò (ma non so se l’anonimato è voluto dagli stessi) è doveroso per un lettore, come il sottoscritto,  evidenziare gli aspetti che a me piono rilevanti in quanto problematici.

Come è noto la vasta produzione letteraria-filosofica di Platone (pervenutaci per intero) ci fa conoscere il pensiero del suo Maestro e cosi l’Alegre Gorri nel sopra ricordato Saggio che ci accingiamo a ricordare  al lettore  ci ricorda a sua volta  del metodo di Seneca dei dialoghi, un vero tranello dialettico che consisteva nell’aiutare l’interlocutore a cavar da dentro  la verità. E’ la famosa maieutica che l’abile “cigno” adotta dal Maestro ma confessa  il rodersi dell’anima a Lui  tanto cara (com’è noto) per avere nel “Giardino” un di rimpettaio dell’Accademia, filosofo anche Lui    “odioso” per Platone tanto da  pensare , avendone il potere,  di distruggere materialmente tutte le sue opere  come se  con esse si sarebbe perso il suo insegnamento. Che invece  fiorì per tutto il periodo ellenistico sopravvivendo nei millenni ad onta della rabbiosa collocazione   dantesca nell’inferno  della sua Divina Commedia. Quel filosofo era Epicuro.

Detto ciò -che ò stato lo sfogo di un seguace di Epicuro-  l’Alegre affronta il tema centrale e caratterizzante  della filosofia platonica, la teoria delle idee eterna, immutabile,.- L’dea. ciò che è invisibile e si contrppone alle cose diventa per Platone  una “realtà” (Alegre, op. cit. p.XLI) l di fuori dello spazio e del tempo, eterna ed immutabile , sempre identica a se stessa<e diversa dalle altre cose, un’entità universale, che si distingue  dalle altre cose  che “prendono il suo nome;per esempio umano.

Questa idea universale annienta a nostro avviso le particolarità e l’identità del genere proprio a riguardo dell’idea dell’umano di “tutti gli  umani i uomini e donne” Proprio il contrario dell’insegnamento  del suo Maestro: Socrate, aveva, infatti, invitato l’uomo  a guardarsi  in se steso per arrivare alla conoscenza Al contrario, ci sembra corretto osservare,  di Platone che sceglie la dialettica della retorica (non certamente gradita al suo inviso collega, cioè ad Epicuro) nella forma letteraria dei “dialoghi”. La distanza fra i due filosofi- appartenenti – si può dire- ad un genere antropologico diverso ( e non solo per la tendenza all’omosessualità  di Patone res manifesta dall’esaltazione  del giovane siracusano Dione (rif. in  Alegre, op. cit. p.xxix) ma soprttuto perché è l’uno legava la conoscenza

Come è noto la vasta produzione letteraria-filosofica di Platone (pervenutaci per intero) ci fa conoscere il pensiero del suo Maestro e cosi l’Alegre Gorri nel sopra ricordato Saggio che ci accingiamo a ricordare  al lettore  ci ricorda a sua volta  del metodo di Seneca dei dialoghi, un vero tranello dialettico che consisteva nell’aiutare l’interlocutore a cavar da dentro  la verità. E’ la famosa maieutica che l’abile “cigno” adotta dal Maestro ma confessa  il rodersi dell’anima a Lui  tanto cara (com’è noto) per avere nel “Giardino” un di rimpettaio dell’Accademia, filosofo anche Lui    “odioso” per Platone tanto da  pensare , avendone il potere,  di distruggere materialmente tutte le sue opere  come se  con esse si sarebbe perso il suo insegnamento. Che invece  fiorì per tutto il periodo ellenistico sopravvivendo nei millenni ad onta della rabbiosa collocazione   dantesca nell’inferno  della sua Divina Commedia. Quel filosofo era Epicuro.

Detto ciò -che ò stato lo sfogo di un seguace di Epicuro  L’Alegre affronta il tema centrale e caratterizzante  della filosofia platonica, la teoria delle idee eterna, immutabile,.- L’dea. ciò che è invisibile e si contrappone alle cose diventa per Platone  una “realtà” (Alegre, op. cit. p.XLI) al di fuori dello spazio e del tempo, eterna ed immutabile , sempre identica a se stessa<e diversa dalle altre cose, un’entità universale, che si distingue  dalle altre cose  che “prendono il suo nome; per esempio umano.

Questa idea universale annienta a nostro avviso le particolarità e l’identità del genere proprio a riguardo dell’idea dell’umano, di “tutti gli “ umani i uomini e donne” Proprio il contrario dell’insegnamento  del suo Maestro: Socrate, aveva, infatti, invitato l’uomo  a guardarsi  in se steso per arrivare alla conoscenza Al contrario, ci sembra corretto osservare,  di Platone che sceglie la dialettica della retorica (non certamente gradita al suo inviso collega, cioè ad Epicuro) nella forma letteraria dei “dialoghi”. La distanza fra i due filosofi- appartenenti – si può dire- ad un genere antropologico diverso ( e non solo per la tendenza all’omosessualità  di Platone, resa manifesta dall’esaltazione  del giovane siracusano Dione ( rif. in  Alegre, op. cit. p. xxix) ma soprattutto perché l’uno legava la conoscenza all’idea della realtà preesistente (anàmnesis) :una preesistenza caratterizzata dall’anima rispetto al “binomio corpo-anima” (Alegre, ivi, p. XI). L’influsso pitagorico è evidente soprattutto nel Fedro, mentre per l’allievo, intanto cresciuto, Aristotele il dualismo anima-corpo sembra posto in dubbio dall’assunta “”facoltà divina”, simile a quella degli Dei: l’uomo nella gerarchia del mondo naturale ha una vita non solo vegetativa come le piante ma tra gli animali è dotato di un “intelletto pratico” che gli consente di partecipare all’intellezione teoretica propria degli Dei .Così riassunto il pensiero aristotelico dell’Etica Nicomachea sul punto dell’”anima” da Miguel Candel .( Saggio introduttivo ad Aritotele, cit., p.XXXIV sg.) si può ben dire con uest’A. che la concezione aristotelica dell’anima è estranea a quel dualismo ontologico corpo-anima proprio del suo Maestro Platone .

 

[Continua]

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i “cacciaball”

Si sono riuniti e  il luogo  migliore non poteva essere che trasparente( per meglio mettersi in mostra , ovviamente), anzi di vetro  (fragile come la grandiosità fragile della città9  anzichè  in  un  casale  dell’alpeggio dolomitico.

Città, avrete capito di che si tratta . dove tutto è grande, dai palazzi alle strade   che si chiamo strit o avenue anzichè larghe come Via Larga a  Milano con parchi,,  meglio pezzi desertici dell’Arizona dove si spara all’impazzata   fra siringhe  di tossici, ma dove anche le grandi firme del mond0:  tutto è grande come piaceva  a Osama  per siringare le gemelle finalmente alla portata di bersagli moderni.

ma dove anche in mezzo alle acque  della Liberta  scorrono veloci battelli ma non c’è venere , forse soltanto dotte Sirene che  avvertono del grande inganno. tutto grande, come vi dicevo  e non poteva essere altrimenti. Se è vero che dove c’è tanta ricchezza ostentata c’è anche tanta miseria di cui la civiltà del futuro va orgogliosa. E i Cacciaball ne menano vanto.

Ma chi sono questi Cacciaball ? che in dialetto milanese, la “grande” lingua corrotta di don Lisander, ma è del Varesotto o giù di lì se ancora ben ricordo dagli anni trascorsi nella gran Mila Tutto grande, per tornando  a “novajorka” (alla Totò, come Gregorio Pecco ). E grande come quel Bossi che con l’ampolla dell’accqua celtica, agitandola (ricordate),  predicava le più grandi balle.

Eppure dei Cacciaball  ce mancava uno che rimediò alla fina e della sua presenza si fece giullare di uelli che non credono alla causa umana dei mutamenti climatici: Ma Lui rimase  tra i ballisti, rimasti a  loro volta impietriti di fronte al volto  severo della piccola Greta ( finalmente “piccolo !””, il simbolo dei giovani  derubati del loro futuro.

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La filosofia delle tre vite del Capograssi e l’attualità della questione ambientale

GGiuseppe Capograssi  (1898-1956)  fu il filosofo italiano  che ha costituito negli  anni accademici della vita universitaria  a Camerino assieme agli studenti  il nostro Maestro per il contributo  che ha  dato alla filosofia della scienza per la vita.

In poche parole ,muovendo dall’agricoltura, Egli pose al centro della riflessione la vita della terra che “soffre” per  il suo “sfruttamento”  encomiando  il lavoro del contadino che si sottrae a tale logica produttivistica (impiego  massiccio della chimica , mancanza di rotazioni nell’agricoltura intensiva ecc.) ma sottolineando nello stesso tempo l’inutilità  dello sforzo individuale  se auesto non si aggiunge uelo delle “comunità” e dell’umanità intera. Da  qui la  necessità  di porre l’accento sull’unione delle tre vite, quella del singolo , delle singole comunità e quella dell’umanità intera. ( Su Capograssi e la sua biofilosofia  v Capizzano, “Fra paure e speranze” , saggio di introduzione al vol. stampato dall’ “Università di Camerino dal titolo  “Tutela ambientale e centralità dell’agricoltura”  1989-199o. ).

Oggi, grazie al movimento giovanile di Greta,  gli occhi i di tutto il mondo (bastino le manifestazioni di ieri , dall’Australia alle Americhe) sono “attivati” (prima erano ciechi?) sui cambiamenti climatici, i più appariscenti effetti della sofferenza capograssiana della terra.   Le “paure” sono finite ? non c’è da illudersi per come va questo  mondo restando sempre ad ammonimento  il tragico richiamo di Paolo VI . dominare il dominio dell’uomo.

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L’ignoranza

In memoria di mia sorella Alba  (pace all’anima sua) che diceva: gli ignoranti  dovrebbero nascere con la coda in modo da essere riconosciuti ed evitati,

Per chi aveva fatto della cultura  il simbolo della politica (Fare politica  facendo cultura ) l’avvertenza di mia sorella avrebbe evitato una perdita di tempo per gli italiani che ancora credono in  questo valore.

P.S.

Riff. nostro Blog (post.dell’8 marzo 2018,Una nota politica ecc.)

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